giovedì 3 settembre 2009
Carlo Alberto Dalla Chiesa- Il Generale dei cento giorni
venerdì 21 agosto 2009
sabato 15 agosto 2009
Cosa Nostra nello stato-di Luigi de Magistris

Cento passi alla verità sulla stagione politico-criminale delle stragi di mafia degli anni 1992-1993. La trattativa tra pezzi di Stato e la mafia, la strage di Capaci e di via D’Amelio, la strategia della tensione degli attentati di Roma, Firenze e Milano. Si intravede lo spiraglio di luce,grazie ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Questo spiraglio è rincorso dalla società civile impegnata in prima linea nell’antimafia. Per la verità e la giustizia lottiamo in tanti, uno dei protagonisti di questa resistenza che ha come pilastro la sconfitta delle mafie è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.Cento passi alla verità sulla stagione politico-criminale delle stragi di mafia degli anni 1992-1993. La trattativa tra pezzi di Stato e la mafia, la strage di Capaci e di via D’Amelio, la strategia della tensione degli attentati di Roma, Firenze e Milano. Si intravede lo spiraglio di luce,grazie ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Questo spiraglio è rincorso dalla società civile impegnata in prima linea nell’antimafia. Per la verità e la giustizia lottiamo in tanti, uno dei protagonisti di questa resistenza che ha come pilastro la sconfitta delle mafie è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.
La forza di quest’uomo protesa in direzione di questo spiraglio è il termometro della sete di giustizia che la parte migliore del Paese pretende dallo Stato. Non consentiremo che non si persegua l’obiettivo fino in fondo, che ancora una volta rimanga la rabbia di chi procede in direzione ostinata e contraria verso la ricerca della verità che farà bene all’Italia. Potrà consentire un nuovo patto sociale tra le forze sane.
Si tratta di ricostruire un periodo criminale, mafioso, intriso di politica,con il coinvolgimento di pezzi delle Istituzioni. Cosa Nostra negli anni che hanno preceduto la stagione stragista ha fondato la sua politica criminale in una duplice direzione: avvicinare persone all’interno delle istituzioni ed attuare la strategia militare contro i servitori dello Stato incorruttibili.
In questo periodo – che è quello a cavallo della sentenza del maxiprocesso che ha confermato l’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino– si innestano anche gli omicidi dei cugini Salvo e di Lima, da un lato, e, dall’altro lato, quello del magistrato Scopelliti che doveva rappresentare l’accusa in Cassazione. La mafia che aveva garanzie dalla politica, con gli omicidi politici colpisce la corrente andreottiana della DC in Sicilia. Manda un segnale chiaro a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso sino al 1980 da una sentenza definitiva).
Pensare che gli omicidi Falcone e Borsellino siano vendetta di Cosa Nostra per l’esito del maxiprocesso è offrire una lettura che ridimensiona il ruolo politico della mafia. La strage di Capaci –di tipo libanese– interrompe la probabile ascesa al Quirinale di Giulio Andreotti. Il segnale è chiaro: la stagione dei pacta sunt servanda che ha caratterizzato per decenni il rapporto mafia-politica è saltato. Capaci è stata una strage politica,soprattutto per gli effetti politici che doveva determinare.
Credo che la strage di mafia di via D’Amelio abbia,in parte,una matrice diversa. Vi sia un maggiore coinvolgimento di pezzi deviati delle Istituzioni. Borsellino forse aveva scoperto che accadeva e doveva essere ucciso subito in quanto avrebbe ostacolato la nuova strategia criminale,penso avesse individuato i percorsi iniziali della nuova politica di Cosa Nostra: trattare con lo Stato per poi penetrarlo nelle sue articolazioni tanto da divenire un cancro istituzionale; mafiosi direttamente nello Stato.
E’ questa la politica di Cosa Nostra che passa anche attraverso il progetto di golpe con la nascita di liste autonomiste-separatiste per giungere,poi,al sorgere del partito di Forza Italia di cui una delle colonne, il sen. Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per mafia. Servizi segreti deviati (Bruno Contrada docet) colludevano con Cosa Nostra;pezzi del ROS dei Carabinieri avrebbero iniziato una trattativa con la mafia; la politica pare sia stata coinvolta ad altissimi livelli istituzionali. La mafia con la stagione stragista ha dimostrato che poteva mettere in ginocchio il Paese manu militari. Dal 1993 ha dismesso la strategia militare ed ha iniziato a governare il Paese dall’interno delle Istituzioni.
Che cosa è avvenuto tra il “92 ed il “93? Come è possibile che il Generale Mori (ai vertici del ROS e del SISDE) –già imputato in vicende processuali per fatti di mafia attinenti l’omessa perquisizione del covo di Riina e la mancata cattura di Provenzano- possa oggi essere nominato consulente dal Presidente Formigoni quale esperto per le infiltrazioni della criminalità per l’Expo? Che cosa aveva scoperto Borsellino? Perché è stata sottratta l’agenda rossa? Perché Mancino (all’epoca Ministro dell’interno, poi Presidente del Senato e poi vicepresidente del CSM) non ricorda di aver incontrato Borsellino? Perché Violante (già Presidente della Commissione Antimafia e Presidente della Camera) solo oggi dice di aver saputo della trattativa,di Mori e di Ciancimino?
Con la trattativa con lo Stato, Cosa Nostra è penetrata nelle Istituzioni, ha consolidato il suo ruolo nell’economia, ha corroso le fondamenta della democrazia. Con gli anni si è istituzionalizzata. Non è più necessario ricorrere all’uso delle armi per eliminare i servitori dello Stato. La parte sana del Paese pretende che lo spiraglio diventi sole. La magistratura sia libera di lavorare in assoluta indipendenza. Il Paese è pronto per la verità e per un futuro migliore che si deve alle vittime delle mafie.
La forza di quest’uomo protesa in direzione di questo spiraglio è il termometro della sete di giustizia che la parte migliore del Paese pretende dallo Stato. Non consentiremo che non si persegua l’obiettivo fino in fondo, che ancora una volta rimanga la rabbia di chi procede in direzione ostinata e contraria verso la ricerca della verità che farà bene all’Italia. Potrà consentire un nuovo patto sociale tra le forze sane.
Si tratta di ricostruire un periodo criminale, mafioso, intriso di politica,con il coinvolgimento di pezzi delle Istituzioni. Cosa Nostra negli anni che hanno preceduto la stagione stragista ha fondato la sua politica criminale in una duplice direzione: avvicinare persone all’interno delle istituzioni ed attuare la strategia militare contro i servitori dello Stato incorruttibili.
In questo periodo – che è quello a cavallo della sentenza del maxiprocesso che ha confermato l’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino– si innestano anche gli omicidi dei cugini Salvo e di Lima, da un lato, e, dall’altro lato, quello del magistrato Scopelliti che doveva rappresentare l’accusa in Cassazione. La mafia che aveva garanzie dalla politica, con gli omicidi politici colpisce la corrente andreottiana della DC in Sicilia. Manda un segnale chiaro a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso sino al 1980 da una sentenza definitiva).
Pensare che gli omicidi Falcone e Borsellino siano vendetta di Cosa Nostra per l’esito del maxiprocesso è offrire una lettura che ridimensiona il ruolo politico della mafia. La strage di Capaci –di tipo libanese– interrompe la probabile ascesa al Quirinale di Giulio Andreotti. Il segnale è chiaro: la stagione dei pacta sunt servanda che ha caratterizzato per decenni il rapporto mafia-politica è saltato. Capaci è stata una strage politica,soprattutto per gli effetti politici che doveva determinare.
Credo che la strage di mafia di via D’Amelio abbia,in parte,una matrice diversa. Vi sia un maggiore coinvolgimento di pezzi deviati delle Istituzioni. Borsellino forse aveva scoperto che accadeva e doveva essere ucciso subito in quanto avrebbe ostacolato la nuova strategia criminale,penso avesse individuato i percorsi iniziali della nuova politica di Cosa Nostra: trattare con lo Stato per poi penetrarlo nelle sue articolazioni tanto da divenire un cancro istituzionale; mafiosi direttamente nello Stato.
E’ questa la politica di Cosa Nostra che passa anche attraverso il progetto di golpe con la nascita di liste autonomiste-separatiste per giungere,poi,al sorgere del partito di Forza Italia di cui una delle colonne, il sen. Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per mafia. Servizi segreti deviati (Bruno Contrada docet) colludevano con Cosa Nostra;pezzi del ROS dei Carabinieri avrebbero iniziato una trattativa con la mafia; la politica pare sia stata coinvolta ad altissimi livelli istituzionali. La mafia con la stagione stragista ha dimostrato che poteva mettere in ginocchio il Paese manu militari. Dal 1993 ha dismesso la strategia militare ed ha iniziato a governare il Paese dall’interno delle Istituzioni.
Che cosa è avvenuto tra il “92 ed il “93? Come è possibile che il Generale Mori (ai vertici del ROS e del SISDE) –già imputato in vicende processuali per fatti di mafia attinenti l’omessa perquisizione del covo di Riina e la mancata cattura di Provenzano- possa oggi essere nominato consulente dal Presidente Formigoni quale esperto per le infiltrazioni della criminalità per l’Expo? Che cosa aveva scoperto Borsellino? Perché è stata sottratta l’agenda rossa? Perché Mancino (all’epoca Ministro dell’interno, poi Presidente del Senato e poi vicepresidente del CSM) non ricorda di aver incontrato Borsellino? Perché Violante (già Presidente della Commissione Antimafia e Presidente della Camera) solo oggi dice di aver saputo della trattativa,di Mori e di Ciancimino?
Con la trattativa con lo Stato, Cosa Nostra è penetrata nelle Istituzioni, ha consolidato il suo ruolo nell’economia, ha corroso le fondamenta della democrazia. Con gli anni si è istituzionalizzata. Non è più necessario ricorrere all’uso delle armi per eliminare i servitori dello Stato. La parte sana del Paese pretende che lo spiraglio diventi sole. La magistratura sia libera di lavorare in assoluta indipendenza. Il Paese è pronto per la verità e per un futuro migliore che si deve alle vittime delle mafie.
venerdì 7 agosto 2009
Ninni Cassarà-Al servizio dello Stato
questo post l'ho scritto ieri, 6 agosto, ma, ancora non capisco il perchè, il pc non me lo ha fatto pubblicare. Lo faccio ora, ma facciamo finta che sia stato ieri.
6 agosto 2009
un'altra importante ricorrenza, oggi, ci distoglie dal caldo afoso di questi giorni e ci porta a riflettere per qualche minuto.
Per mano mafiosa, il 6 agosto del 1985, viale Croce Rossa si tinge di rosso, il rosso del sangue di altri servitori dello Stato, altri bravi uomini che hanno detto no alla criminalità. Ventiquattro anni fa, perdeva la vita il vice questore Antonino Cassarà, conosciuto come Ninni, insieme con l'agente di scorta Roberto Antiochia. Due eroi spazzati via presto, troppo presto.
Ninni iniziò la sua vita al servizio dello Stato molto giovane, entrando nella Polizia e rinunciando alla carriera da magistrato. Era un uomo, lui, che amava l'azione, mettersi in gioco subito, era un tantino impulsivo, ma molto bravo e professionale. Prestò inizialmente servizio a Reggio Calabria, per essere poi trasferito a Trapani.
Nel 1980 approdò a Palermo e fu assegnato alla Squadra Mobile. E' qui che inizia la sua lotta contro il nemico, al fianco del commissario Giuseppe Montana e degli uomini del pool antimafia del Palazzaccio, in particolare di Giovanni Falcone, un amico che ha riservato a lui parole molto bello negli anni seguenti alla sua morte.Ninni aveva un'autentica passione per il suo lavoro, nel 1982 redasse personalmente il rapporto detto dei “162”, dal numero dei mafiosi che componevano l'elenco, ed era convinto che per sconfiggere davvero il fenomeno mafioso, le istituzioni dovevano impagnarsi nell'educazione alla legalità, soprattutto per le nuove generazioni e, a questo proposito, amava andare nelle scuole a parlare con i ragazzi, per indicare loro la giusta via, per allontanarli dalla corruzione e dal malaffare e dal mito mafioso.
Era per questo che quei bastardi mafiosi lo temevano, perchè voleva smuovere le coscienze, perchè era un incorruttibile, perchè credeva in ciò che faceva e sapevano che non si sarebbe arreso mai.
Il grande Cassarà era come un cannone puntato contro il nemico per la mafia; così, quelle menti subdole, schifose e spregevoli presero una decisione, come avevano già fatto tante altre volte, e decisero di estrarre il cartellino rosso e allontanare un fantastico giocatore dal campo di battaglia.
Ninni, forse, era convinto che ventiquattro anni dopo la sua morte le cose sarebbero cambiate, che quei bambini a cui aveva tanto parlato sarebbero divenuti uomini onesti ed incorruttibili come lui. Sbagliava. Le cose in Italia non sono cambiate, anzi, sono forse peggiorate. La maggior parte dei bambini che hanno stretto la mano a Cassarà e che hanno avuto il privilegio di ascoltare le sue parole, hanno probabilmente scelto l'altra squadra, si sono schierati dalla parte del male, se non proprio come giocatori, sicuramente come sostenitori.Ninni Cassarà è stato un eccellente poliziotto che ha dato la vita per questo Paese, forse perchè pensava che sarebbe cambiato, perchè sperava che prima o poi il bene avrebbe trionfato. La situazione è la stessa, è peggiore, e di uomini come lui, come Antiochia e come gli altri componenti della squadra, ce ne sono pochissimi. Pochissimi a cui vogliono subito tappare la bocca.
Vivo nella speranza che nascano ancora uomini come te, Ninni, e se da lassù stai guardando questo Paese per cui sei morto con aria disgustata, ti assicuro che alla fine il bene trionferà e i tuoi sogni si concretizzeranno. Lo spero.
In questa notte serena e stellata di inizio agosto, mentre un vento freddo inonda improvvisamente la mia stanza, il mio pensiero è rivolto a te, Ninni, che ventiquattro anni fa lasciavi tua moglie, tua figlia e la tua famiglia perchè speravi di rendere il mondo un posto migliore. La tua sola presenza su questa terra, l'ha resa un posto migliore.
Grazie di essere esistito.
domenica 19 luglio 2009
Diciassette anni dopo Via D'Amelio
Era una domenica di luglio e, si sa, a Palermo in questo periodo fa caldo. Tante famiglie quel giorno si trovavano al mare, ad osservare la freschezza delle onde, ad ascoltare il richiamo di qualche gabbiano, ma improvvisamente un boato... e sei vite spezzate, dodici occhi che da quel giorno non avrebbero più osservato le onde e dodici orecchie che non avrebbero più ascoltato il richiamo dei gabbiani.Fu una Fiat 126 a togliere la vita al giudice Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta, Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu Antonino Vullo.
Paolo sapeva di dover morire assassinato, lo aveva sempre saputo, dal primo momento che entrò in campo in questa micidiale partita e ne ebbe la assoluta conferma il 23 maggio 1992, quando perse la vita il suo amico e collega Giovanni Falcone, nella Strage di Capaci. Paolo avvertiva la vicinanza della morte, della sua fine; "ho poco tempo" ripeteva sempre. La certezza di dover morire, però, non lo buttò giù abbastanza perchè egli continuò a lavorare più intensamente di prima, senza sosta, fece il possibile per dare ancora un grosso contributo allo Stato. Lo Stato...
Paolo Borsellino non aveva paura della morte.
"E' normale che esista la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti", disse una volta. Probabilmente Paolo aveva paura, ma il coraggio era molto più forte del timore, tanto più incisivo da renderlo un eroe che non si è tirato indietro neanche davanti alla morte.
Non dimenticherò mai il suo sguardo, anche se lui già non c'era più alla mia nascita. Lo sguardo intenso di uomo che ha donato la sua vita al perseguimento di uno scopo: la giustizia.
Due bambini che giocavano a calcio insieme nell'oratorio della Kalsa si erano separati, tanti anni fa, per seguire la propria strada, due vie che il destino ha voluto rendere un'unica autostrada, un unico cammino, che ha riportato quei due bambini, diventati uomini, nuovamente insieme. E come separare due anime potenti come le loro, come impedire a due grandi cuori di ritrovarsi per battere all'unisono! Non si potevano separare Giovanni Falcone e paolo Borsellino, Dio li aveva mandati quaggiù per compiere la stessa missione, due angeli che si sono dibattuti e hanno inciso una traccia profonda in queste nostre maledettissime terre. La mafia, con il tritolo, nei mesi caldi del 1992 li aveva separati di nuovo, ma, proprio come due pesciolini che non sopravvivono a lungo l'uno alla morte dell'altro, i ragazzi della Kalsa si sono ritrovati, questa volta in un luogo più bello, riservato agli eroi, nel Regno dei Cieli.
La leggenda di Donna Laura Lanza è una storia siciliana i cui luoghi, il sangue, il dolore e il tradimento ricorda le più moderne storie di mafia. Il fratello del giudice Paolo Borsellino promette: «Quando smetterò di lavorare farò il cantastorie». Intanto racconta la storia del fratello: il giudice Paolo Borsellino, morto il 19 luglio 1992 a Palermo con gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto è Antonino Vullo.
Mancino: «Salvatore Borsellino fa sempre una citazione monca»
«Se ci fosse stato l’incontro, perché avrei dovuto nasconderlo?»
Nella videointervista Salvatore Borsellino ripete senza modifiche le sue accuse. La ricostruzione dei fatti si ricava dall’interrogatorio che Gaspare Mutolo rese il 21 febbraio del 1996 nell’aula del processo celebrato a Caltanissetta per la strage di via D’Amelio. Senonchè Salvatore Borsellino cita sempre, e anche nel video riportato oggi dal Corriere.it, una sola parte di quella testimonianza, in cui il magistrato dice al pentito che deve allontanarsi per andare al Viminale. Sono in possesso delle pagine processuali. Sono un po’ lunghe. Cito, perciò, dal volume «L’agenda rossa di Paolo Borsellino», di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, ed. Chiarelettere, pag. 146. «Sai, Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il ministro, ma…manco una mezz’oretta e vengo». Salvatore Borsellino cita continuamente questa frase, ma mai ricorda quel che Paolo Borsellino disse allo stesso Mutolo al suo ritorno dal Viminale. Se proseguiamo nella lettura de «L’agenda rossa», nella stessa pagina 146, possiamo leggere il seguito del racconto di Mutolo: «Quindi (Paolo Borsellino) manca qualche ora, quaranta minuti, cioè all’incirca un’ora, e mi ricordo che quando è venuto, è venuto tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, ma che addirittura fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano. Io, insomma, non sapendo che cosa (…) Dottore, ma che cosa ha? E lui, molto preoccupato e serio, mi fa che viceversa del ministro, si è incontrato con il dott. Parisi e il dott. Contrada…»
Dunque, è lo stesso magistrato a non confermare l’incontro con il ministro, ed è la stessa fonte – Gaspare Mutolo – a testimoniarlo. Ma Salvatore Borsellino fa sempre una citazione monca, e dà a me del bugiardo. Se ci fosse stato l’incontro, perché avrei dovuto nasconderlo? Che cosa si sarebbero dovuti dire due persone che non avevano mai avuto rapporti tra di loro il primo giorno dell’insediamento di un ministro al Viminale? Che non si sarebbero dovute tenere trattative con la mafia? E chi le avrebbe tenute? Uno che proprio quel giorno era arrivato al Viminale per assumere la responsabilità di dirigere ordine e sicurezza pubblica? Via! Per ricondurre alla giusta dimensione l’atteggiamento di quel Ministro dell’Interno del governo Amato nei confronti della mafia, si ricostruiscano dalle cronache del tempo impegni, decisioni, azioni di contrasto contro la criminalità organizzata, applicazione dell’art. 41 bis, allestimento delle carceri di massima sicurezza dell’Asinara e di Pianosa, scioglimento di oltre 60 Consigli comunali inquinati dalla mafia e da altre organizzazioni malavitose: tutte iniziative portate avanti con fermezza ed intransigenza dal Ministro Mancino”.
sabato 23 maggio 2009
23 maggio-17 anni dopo...

Serena Verrecchia
lunedì 18 maggio 2009
Auguri Giovanni
Buon compleanno mio eroe e grazie di averci lasciato le cose più belle che si potessero desiderare: il tuo sorriso e le tue idee...
Serena Verrecchia
sabato 9 maggio 2009
Ricordiamo Peppino Impastato-Una vita contro la mafia
Peppino era un ragazzo cresciuto nella mafia: suo padre, Luigi Impastato, era un uomo d'onore e apparteneva al clan di Cinisi, il cui boss per eccellenza era Gaetano Badalamenti, uno dei più conosciuti appartenenti a Cosa Nostra. Non è detto, però, che un figlio di mafia debba per forza abbracciare la mafia. No. Peppino scelse un'altra strada, quella dell'antimafia e della politica. Si avvicina, infatti, alle idee socialiste e diviene il simbolo per i giovani di Cinisi che credono e sperano nel cambiamento. Nel 1977, con alcuni compagni, realizza RadioAut, una frequenza radiofonica da cui parla ai suoi ascoltatori, una vera e propria campagna contro i mafiosi e alcuni politici corrotti del posto. Peppino mette l'impegno in ciò che fa. E' un giovane convinto che le cose un giorno o l'altro dovranno necessariamente cambiare, una di quelle persone che riescono a vedere la mafia come un demonio, come l'incarnazione del Male, e uno dei pochi capaci di gridarlo al mondo, o anche semplicemente alla sua piccola Cinisi, che non potrà mai negare di aver avuto uno dei migliori italiani di sempre.
Serena Verrecchia
Non cedo alla morte di un mondo che cadde sulla tua vitaspezzandone il sogno.Il silenzio per sempre tace, il sussurro non torna,il tuo volto non increspa il ricordodi una libera strada colorata di gente.Eppure ci sei, col tuo sorriso,davanti a una morte che non t'appartiene.Dilaniarti, triste modo per restare con noi,come fiore assetato di rugiada.
Forse a cento passi,ma cento passi a sinistra
Ancora ti aspettiamo per definireil centro della tua storia
domenica 3 maggio 2009
Voglia di rialzarsi
Stavo pensando a quanto si è discusso delle guerre nell'ultimo millennio, quante massime sono venute fuori e quanti pensieri diversi si sono contrapposti. La guerra è sicuramente qualcosa di orrendo, perchè toglie la cosa più bella, la vita, a persone innocenti che non dovrebbero vedersi private del bene più prezioso; ma la guerra, quando c'è in gioco la libertà, diventa necessaria, questo perchè, nel mio modo di vedere le cose, un individuo che viene privato della libertà è come un essere morto. Essere privati della libertà senza opporsi, senza fare niente per impedirlo, poi, è come fare una guerra in cui ci sia solo un esercito, che vince e fa ciò che vuole dei vinti. L'Italia non è un Paese libero, per quanto così lo si voglia etichettare. Il nostro Paese si è modificato negli anni e, in silenzio, ha preso parte ad una guerra interna e, a poco a poco, sta cedendo totalmente al nemico, il quale ha pochi ed isolati avversari. In questo Stato la gente vive una vita tranquilla, se così la si può chiamare: la mattina la popolazione si alza, va a lavorare, consuma in beni primari e secondari, torna a casa e si rifugia nella tranquillità familiare. Una vita gioiosa, dunque. Ma quante volte ogni singolo individuo china la testa davanti ad un'ingiustizia? Quante volte fa cose immorali solo perchè gli vengono imposte? Quante volte preferisce non esporsi ed accettare in silenzio l'ingiustizia ed il vedersi privato di un diritto?
Il problema, secondo me, è che l'orgoglio e l'identità nazionale stanno via via svanendo dal cuore di ognuno di noi. L'uomo oggi, è disposto ad accettare in silenzio i soprusi e le violenze psicologiche e fisiche, piuttosto che ribellarsi ai sistemi criminali e alla corruzione; è come se egli non avesse più la forza e il coraggio di reagire e, quindi, preferisce subire e sottomettersi. Perchè non troviamo più questa forza, la forza di reagire?
Non è una ribellione quella che voglio, perchè l'Italia è nostra, è sempre stata delle persone libere, lo stesso Stato italiano è stato fondato su idee di libertà, giustizia ed uguaglianza, ciò di cui questo Paese ha bisogno, oggi, è di ritrovare la propria identità e di quest'ultima non hanno mai fatto parte la mafia e la criminalità organizzata in genere. Sono convinta che ogni italiano perbene, nel profondo, nascosto in un angolo del cuore, ce l'ha ancora l'amore per questa patria e chi ama questo stivale non può permettere che ci siano ancora la mafia e l'ingiustizia. Deve scoppiare una guerra, cosante, continua, sentita, per far sì che un giorno la nostra amata terra sia finalmente libera dalle angherie, dalla corruzione e dalla violenza della mafia e di una classe politica perdutamente corrotta. Sono sicura che l'Italia può rialzarsi con dignità e con orgoglio se solo ognuno di noi le rendesse l'onore che le spetta.
E' difficile, lo so, ritrovare l'Italia di un tempo, ma non voglio morire senza alzare in alto quel tricolore e urlare al mondo che L'Italia è finalmente LIBERA!!!
Vorrei impugnare una spada e recarmi sul campo di battaglia, così come facevano gli antichi romani, sempre pronti a combattere per la loro amata Roma, pronti a rischiare la vita per il loro Impero e la libertà del popolo di Cesare; vorrei combattere anche io come loro, con il verde, il bianco e il rosso sul petto, ma non siamo al tempo dei Romani e le spade, oggi, le fabbricano, forse, solo per la scherma; una cosa è certa però: anche se sono passati duemila anni, lo spirito, almeno il mio, è lo stesso del legionario romano che andava a combattere per la sua patria.
Io grido: GUERRA ALLA MAFIA, sperando che qualcuno colga questo grido di battaglia e faccia risvegliare quello spirito guerriero e nazionalista che dovrebbe essre nella maggior parte di noi, perchè se così non fosse, se la gente preferisse morire in silenzio, avremmo perso e avrebbero perso anche tutti gli eroi italiani che hanno combattuto per un'Italia migliore. Questo Paese non rinascerà mai dalla politica, per quanto essa possa ripulirsi dei peccati che ha commesso e che commette imperterrita tuttora. L'Italia si rialzerà solo se il popolo lo vorrà e la mafia cesserà di esistere solo se tutti noi le facciamo capire che questo non è posto per lei, se le facciamo capire che siamo uomini liberi.

domenica 15 febbraio 2009
A Roberto...
Non permettiamo uomini che le nostre terre diventino luoghi di camorra,
diventino un'unica grande Gomorra da distruggere!
Non permettiamo uomini di camorra, e non bestie, uomini come tutti, che
quello che altrove diventa lecito trovi qui la sua energia illecita,
non permettiamo che altrove si edifichi ciò che qui viene distrutto.
Create il deserto attorno alle vostre ville, non frapponete tra ciò che siete e ciò che volete solo la vostra assoluta volontà. Ricordate.
Allora il SIGNORE fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco;
egli distrusse quelle città, tutta la pianura, tutti gli abitanti delle città e quanto cresceva sul suolo.
Ma la moglie di Lot si volse a guardare indietro e diventò una statua di sale. (Genesi 19,12-29).
Dobbiamo rischiare di divenire di sale, dobbiamo girarci a guardare cosa sta accadendo,
cosa si accanisce su Gomorra, la distruzione totale dove la vita è sommata o sottratta alle vostre operazioni economiche.
Non vedete che questa terra è Gomorra, non lo vedete? Ricordate.
Quando vedranno che tutto il suo suolo sarà zolfo, sale, arsura e non vi sarà più sementa,
né prodotto, né erba di sorta che vi cresca, come dopo la rovina di Sodoma, di Gomorra,
di Adma e di Seboim che il SIGNORE distrusse nella sua ira e nel suo furore,
(Deuteronomio 29,22).
Si muore per un sì e per un no, si dà la vita per un ordine e una scelta di qualcuno,
fate decenni di carcere per raggiungere un potere di morte,
guadagnate montagne di danaro che investirete in case che non abiterete,
in banche dove non entrerete mai, in ristoranti che non gestirete,
in aziende che non dirigerete, comandate un potere di morte cercando di dominare una vita che consumate nascosti sotto terra, circondati da guardaspalle.
Uccidete e venite uccisi in una partita di scacchi il cui re non siete voi ma coloro che da voi prendono ricchezza facendovi mangiare l'uno con l'altro fin quando nessuno potrà fare scacco e ci sarà una solo pedina sulla scacchiera. E non sarete voi.
Quello che divorate qui lo sputate altrove, lontano, facendo come le uccelle che vomitano il cibo nella bocca dei loro pulcini.
Ma non sono pulcini quelli che imbeccate ma avvoltoi e voi non siete uccelle ma bufali pronti a distruggersi in un luogo dove sangue e potere sono i termini della vittoria.
È giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra...
lunedì 19 gennaio 2009
Tanti auguri Paolo
Nel 1980 Paolo Borsellino inizia a collaborare con Rocco Chinnici, procuratore capo di Palermo. È un incontro importantissimo nella vita del magistrato. Come racconta Rita Borsellino, sorella del giudice: “In Chinnici Paolo trova la figura paterna che aveva perso quando era giovane”. E proprio l’umanità, il rispetto reciproco e l'affiatamento sono le caratteristiche della straordinaria squadra di magistrati messa insieme da Chinnici: nasce il pool antimafia con l'obiettivo di combattere Cosa Nostra con metodi nuovi e più efficaci. Proprio grazie al lavoro del pool, finalmente la mafia non sembra più un fenomeno invincibile. Chinnici ha l’intuizione giusta: indirizzare le indagini verso le attività finanziarie di Cosa nostra. I magistrati del pool si concentrano sugli appalti e sui conti bancari. Che la strada è quella giusta lo dimostra le reazione della mafia. Il 30 aprile del 1982 sono assassinati il deputato comunista Pio la Torre e il suo autista Rosario Di Salvo. Lo stesso giorno, il ministro degli Interni, Virgilio Rognoni, decide di passare al contrattacco, inviando a Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. È l’uomo che ha sgominato le Brigate Rosse, il generale dei carabinieri che ha combattuto per lo Stato e ha vinto. Dalla Chiesa arriva la sera stessa dell’omicidio La Torre e solo dopo cento giorni sarà lui la nuova vittima dalla mafia: il 3 settembre del 1982 la sua A112 viene crivellata a colpi di mitra e con lui perdono la vita la moglie, Emanuela Setti Carrara, e l’agente di scorta, Domenico Russo. La scia di sangue lasciata da Cosa nostra è sempre più lunga. Prima di La Torre e Dalla Chiesa altri uomini sono caduti sulla strada della giustizia: Boris Giuliano, Gaetano Costa, Cesare Terranova e Emanuele Basile. La mafia ha ormai alzato il tiro e a Roma il Parlamento approva la legge Rognoni-La Torre che istituisce il reato di associazione mafiosa e fornisce ai giudici gli strumenti per indagare sui conti bancari. Ancora una volta la reazione mafiosa è violentissima: il 29 luglio 1983, in via Pipitone Federico, a Palermo, viene assassinato Rocco Chinnici. Borsellino e gli uomini del pool si sentono colpiti nel profondo ma vanno avanti e chiedono al Consiglio Superiore della Magistratura che venga mandato al posto di Chinnici un uomo che abbia profonda conoscenza del fenomeno mafioso. Così Antonino Caponnetto diventa il nuovo Consigliere istruttore di Palermo. "La paura è normale che ci sia in ogni uomo. L'importante è che sia accompagnata dal coraggio."
Paolo Borsellino









