giovedì 3 settembre 2009

Carlo Alberto Dalla Chiesa- Il Generale dei cento giorni

Carlo Alberto Dalla Chiesa era un uomo, ma ancora prima di essere un uomo, egli era un generale e, come succede per tutti quegli uomini che rivestono onestamente un'alta carica al servizio dello Stato, doveva mettere al primo posto il suo lavoro, il suo dovere. Seguendo questa semplice filosofia che viene, o almeno veniva, inculcata nella mente di ogni soldato che esercita in favore del suo Paese, Dalla Chiesa, come tanti altri, trovò la morte. Morì il 3 settembre del 1982 e non per mano di Dio. Qualcuno, quella notte, si mise al di sopra di Nostro Signore e si arrogò il diritto di spezzare tre vite. In via Carini, infatti, una sera di ben ventisette anni or sono, morirono, oltre al generale, sua moglie Emanuela e l'agente di scorta Domenico Russo.
"Il generale di ferro" lo chiamavano. Era un ottimo combattente, da aggiungere alla lunga lista di soldati antimafia, anche se era un pò diverso dai soliti nomi che capita di sentire quando si parla di lotta a Cosa Nostra. Dalla Chiesa non era siciliano, ma aveva avuto a che fare con la realtà dell'isola quando era ancora molto giovane, indagando, a Corleone, su Lucianeddu e la sua banda di viddani capeggiati del bastardo dei bastardi Riina. Dopo anni di esperienza in questo campo, il generale fu mandato ad eliminare un altro cancro del nostro Paese: il terrorismo con le Brigate Rosse. Ovviamente ebbe un grandissimo successo e il suo contributo nell'abbatimento di questo genere di criminalità organizzata fu essenziale. Poi, però, nell'82 lo Stato gli affidò un altro compito. Qualcosa si molto più delicato e spaventoso: la lotta a Cosa Nostra.
Chi, in quegli anni, lo mandò nella terra maledetta, la Sicilia, era già consapevole della fine che avrebbe fatto.
Sì, perchè un conto è fare la guerra ai terroristi, uomini spergevoli e folli che desiderano la caduta dello Stato, altra cosa è invece scontrarsi con il potere mafioso che con lo Stato ci stringe accordi. Le cose, come si nota, sono ben diverse.
Il Governo aveva un serio bisogno di un uomo forte e capace come Dalla Chiesa per sconfiggere un'organizzazione che lo minacciava, ma non avvertiva la stessa necessità per combattere la mafia.
Semplicemente il generale fu abbandonato in quella terra, fu gettato nelle fauci della belva, lasciato solo.
Atterrato a Palermo, Dalla Chiesa aveva affermato: "non guarderò in faccia a nessuno"; criminali di strada, boss, imprenditori o politici per lui non avrebbero fatto la differenza. In un altro contesto, in un altro mondo, sarebbe riuscito a sradicare persino la maniccia di Cosa Nostra, ne sono sicura, perchè il suo carisma, la sua forza e la sua determinazione avrebbero vinto sulla barbarie e sulla prepotenza. Purtroppo, però, il suo soggiorno in terra mafiosa durò solo cento giorni, un arco di tempo sufficiente a fargli capire che non avrebbe avuto lo stesso successo che aveva avuto con le BR, che era rimasto solo e che a coprirgli le spalle era rimasta solo la sua scorta e ad incoraggiarlo solo la sua famiglia. Un pezzo di etrambe le cose se ne andò con lui quella sera del 3 settembre del 1982.
Quell'anno gli italiani conquistarono una coppa del mondo, ma in via Carini persero una cosa molto più importante, persero la speranza di vedere un mondo migliore, un'Italia migliore.
Serena Verrecchia

sabato 15 agosto 2009

Cosa Nostra nello stato-di Luigi de Magistris


Cento passi alla verità sulla stagione politico-criminale delle stragi di mafia degli anni 1992-1993. La trattativa tra pezzi di Stato e la mafia, la strage di Capaci e di via D’Amelio, la strategia della tensione degli attentati di Roma, Firenze e Milano. Si intravede lo spiraglio di luce,grazie ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Questo spiraglio è rincorso dalla società civile impegnata in prima linea nell’antimafia. Per la verità e la giustizia lottiamo in tanti, uno dei protagonisti di questa resistenza che ha come pilastro la sconfitta delle mafie è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.Cento passi alla verità sulla stagione politico-criminale delle stragi di mafia degli anni 1992-1993. La trattativa tra pezzi di Stato e la mafia, la strage di Capaci e di via D’Amelio, la strategia della tensione degli attentati di Roma, Firenze e Milano. Si intravede lo spiraglio di luce,grazie ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Questo spiraglio è rincorso dalla società civile impegnata in prima linea nell’antimafia. Per la verità e la giustizia lottiamo in tanti, uno dei protagonisti di questa resistenza che ha come pilastro la sconfitta delle mafie è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.

La forza di quest’uomo protesa in direzione di questo spiraglio è il termometro della sete di giustizia che la parte migliore del Paese pretende dallo Stato. Non consentiremo che non si persegua l’obiettivo fino in fondo, che ancora una volta rimanga la rabbia di chi procede in direzione ostinata e contraria verso la ricerca della verità che farà bene all’Italia. Potrà consentire un nuovo patto sociale tra le forze sane.

Si tratta di ricostruire un periodo criminale, mafioso, intriso di politica,con il coinvolgimento di pezzi delle Istituzioni. Cosa Nostra negli anni che hanno preceduto la stagione stragista ha fondato la sua politica criminale in una duplice direzione: avvicinare persone all’interno delle istituzioni ed attuare la strategia militare contro i servitori dello Stato incorruttibili.

In questo periodo – che è quello a cavallo della sentenza del maxiprocesso che ha confermato l’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino– si innestano anche gli omicidi dei cugini Salvo e di Lima, da un lato, e, dall’altro lato, quello del magistrato Scopelliti che doveva rappresentare l’accusa in Cassazione. La mafia che aveva garanzie dalla politica, con gli omicidi politici colpisce la corrente andreottiana della DC in Sicilia. Manda un segnale chiaro a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso sino al 1980 da una sentenza definitiva).

Pensare che gli omicidi Falcone e Borsellino siano vendetta di Cosa Nostra per l’esito del maxiprocesso è offrire una lettura che ridimensiona il ruolo politico della mafia. La strage di Capaci –di tipo libanese– interrompe la probabile ascesa al Quirinale di Giulio Andreotti. Il segnale è chiaro: la stagione dei pacta sunt servanda che ha caratterizzato per decenni il rapporto mafia-politica è saltato. Capaci è stata una strage politica,soprattutto per gli effetti politici che doveva determinare.

Credo che la strage di mafia di via D’Amelio abbia,in parte,una matrice diversa. Vi sia un maggiore coinvolgimento di pezzi deviati delle Istituzioni. Borsellino forse aveva scoperto che accadeva e doveva essere ucciso subito in quanto avrebbe ostacolato la nuova strategia criminale,penso avesse individuato i percorsi iniziali della nuova politica di Cosa Nostra: trattare con lo Stato per poi penetrarlo nelle sue articolazioni tanto da divenire un cancro istituzionale; mafiosi direttamente nello Stato.

E’ questa la politica di Cosa Nostra che passa anche attraverso il progetto di golpe con la nascita di liste autonomiste-separatiste per giungere,poi,al sorgere del partito di Forza Italia di cui una delle colonne, il sen. Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per mafia. Servizi segreti deviati (Bruno Contrada docet) colludevano con Cosa Nostra;pezzi del ROS dei Carabinieri avrebbero iniziato una trattativa con la mafia; la politica pare sia stata coinvolta ad altissimi livelli istituzionali. La mafia con la stagione stragista ha dimostrato che poteva mettere in ginocchio il Paese manu militari. Dal 1993 ha dismesso la strategia militare ed ha iniziato a governare il Paese dall’interno delle Istituzioni.

Che cosa è avvenuto tra il “92 ed il “93? Come è possibile che il Generale Mori (ai vertici del ROS e del SISDE) –già imputato in vicende processuali per fatti di mafia attinenti l’omessa perquisizione del covo di Riina e la mancata cattura di Provenzano- possa oggi essere nominato consulente dal Presidente Formigoni quale esperto per le infiltrazioni della criminalità per l’Expo? Che cosa aveva scoperto Borsellino? Perché è stata sottratta l’agenda rossa? Perché Mancino (all’epoca Ministro dell’interno, poi Presidente del Senato e poi vicepresidente del CSM) non ricorda di aver incontrato Borsellino? Perché Violante (già Presidente della Commissione Antimafia e Presidente della Camera) solo oggi dice di aver saputo della trattativa,di Mori e di Ciancimino?

Con la trattativa con lo Stato, Cosa Nostra è penetrata nelle Istituzioni, ha consolidato il suo ruolo nell’economia, ha corroso le fondamenta della democrazia. Con gli anni si è istituzionalizzata. Non è più necessario ricorrere all’uso delle armi per eliminare i servitori dello Stato. La parte sana del Paese pretende che lo spiraglio diventi sole. La magistratura sia libera di lavorare in assoluta indipendenza. Il Paese è pronto per la verità e per un futuro migliore che si deve alle vittime delle mafie.


La forza di quest’uomo protesa in direzione di questo spiraglio è il termometro della sete di giustizia che la parte migliore del Paese pretende dallo Stato. Non consentiremo che non si persegua l’obiettivo fino in fondo, che ancora una volta rimanga la rabbia di chi procede in direzione ostinata e contraria verso la ricerca della verità che farà bene all’Italia. Potrà consentire un nuovo patto sociale tra le forze sane.

Si tratta di ricostruire un periodo criminale, mafioso, intriso di politica,con il coinvolgimento di pezzi delle Istituzioni. Cosa Nostra negli anni che hanno preceduto la stagione stragista ha fondato la sua politica criminale in una duplice direzione: avvicinare persone all’interno delle istituzioni ed attuare la strategia militare contro i servitori dello Stato incorruttibili.

In questo periodo – che è quello a cavallo della sentenza del maxiprocesso che ha confermato l’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino– si innestano anche gli omicidi dei cugini Salvo e di Lima, da un lato, e, dall’altro lato, quello del magistrato Scopelliti che doveva rappresentare l’accusa in Cassazione. La mafia che aveva garanzie dalla politica, con gli omicidi politici colpisce la corrente andreottiana della DC in Sicilia. Manda un segnale chiaro a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso sino al 1980 da una sentenza definitiva).

Pensare che gli omicidi Falcone e Borsellino siano vendetta di Cosa Nostra per l’esito del maxiprocesso è offrire una lettura che ridimensiona il ruolo politico della mafia. La strage di Capaci –di tipo libanese– interrompe la probabile ascesa al Quirinale di Giulio Andreotti. Il segnale è chiaro: la stagione dei pacta sunt servanda che ha caratterizzato per decenni il rapporto mafia-politica è saltato. Capaci è stata una strage politica,soprattutto per gli effetti politici che doveva determinare.

Credo che la strage di mafia di via D’Amelio abbia,in parte,una matrice diversa. Vi sia un maggiore coinvolgimento di pezzi deviati delle Istituzioni. Borsellino forse aveva scoperto che accadeva e doveva essere ucciso subito in quanto avrebbe ostacolato la nuova strategia criminale,penso avesse individuato i percorsi iniziali della nuova politica di Cosa Nostra: trattare con lo Stato per poi penetrarlo nelle sue articolazioni tanto da divenire un cancro istituzionale; mafiosi direttamente nello Stato.

E’ questa la politica di Cosa Nostra che passa anche attraverso il progetto di golpe con la nascita di liste autonomiste-separatiste per giungere,poi,al sorgere del partito di Forza Italia di cui una delle colonne, il sen. Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per mafia. Servizi segreti deviati (Bruno Contrada docet) colludevano con Cosa Nostra;pezzi del ROS dei Carabinieri avrebbero iniziato una trattativa con la mafia; la politica pare sia stata coinvolta ad altissimi livelli istituzionali. La mafia con la stagione stragista ha dimostrato che poteva mettere in ginocchio il Paese manu militari. Dal 1993 ha dismesso la strategia militare ed ha iniziato a governare il Paese dall’interno delle Istituzioni.

Che cosa è avvenuto tra il “92 ed il “93? Come è possibile che il Generale Mori (ai vertici del ROS e del SISDE) –già imputato in vicende processuali per fatti di mafia attinenti l’omessa perquisizione del covo di Riina e la mancata cattura di Provenzano- possa oggi essere nominato consulente dal Presidente Formigoni quale esperto per le infiltrazioni della criminalità per l’Expo? Che cosa aveva scoperto Borsellino? Perché è stata sottratta l’agenda rossa? Perché Mancino (all’epoca Ministro dell’interno, poi Presidente del Senato e poi vicepresidente del CSM) non ricorda di aver incontrato Borsellino? Perché Violante (già Presidente della Commissione Antimafia e Presidente della Camera) solo oggi dice di aver saputo della trattativa,di Mori e di Ciancimino?

Con la trattativa con lo Stato, Cosa Nostra è penetrata nelle Istituzioni, ha consolidato il suo ruolo nell’economia, ha corroso le fondamenta della democrazia. Con gli anni si è istituzionalizzata. Non è più necessario ricorrere all’uso delle armi per eliminare i servitori dello Stato. La parte sana del Paese pretende che lo spiraglio diventi sole. La magistratura sia libera di lavorare in assoluta indipendenza. Il Paese è pronto per la verità e per un futuro migliore che si deve alle vittime delle mafie.


Articolo di Luigi de Magistris

venerdì 7 agosto 2009

Ninni Cassarà-Al servizio dello Stato

Salve a tutti,

questo post l'ho scritto ieri, 6 agosto, ma, ancora non capisco il perchè, il pc non me lo ha fatto pubblicare. Lo faccio ora, ma facciamo finta che sia stato ieri.

6 agosto 2009


un'altra importante ricorrenza, oggi, ci distoglie dal caldo afoso di questi giorni e ci porta a riflettere per qualche minuto.


Per mano mafiosa, il 6 agosto del 1985, viale Croce Rossa si tinge di rosso, il rosso del sangue di altri servitori dello Stato, altri bravi uomini che hanno detto no alla criminalità. Ventiquattro anni fa, perdeva la vita il vice questore Antonino Cassarà, conosciuto come Ninni, insieme con l'agente di scorta Roberto Antiochia. Due eroi spazzati via presto, troppo presto.

Ninni iniziò la sua vita al servizio dello Stato molto giovane, entrando nella Polizia e rinunciando alla carriera da magistrato. Era un uomo, lui, che amava l'azione, mettersi in gioco subito, era un tantino impulsivo, ma molto bravo e professionale. Prestò inizialmente servizio a Reggio Calabria, per essere poi trasferito a Trapani.



Nel 1980 approdò a Palermo e fu assegnato alla Squadra Mobile. E' qui che inizia la sua lotta contro il nemico, al fianco del commissario Giuseppe Montana e degli uomini del pool antimafia del Palazzaccio, in particolare di Giovanni Falcone, un amico che ha riservato a lui parole molto bello negli anni seguenti alla sua morte.



Ninni aveva un'autentica passione per il suo lavoro, nel 1982 redasse personalmente il rapporto detto dei “162”, dal numero dei mafiosi che componevano l'elenco, ed era convinto che per sconfiggere davvero il fenomeno mafioso, le istituzioni dovevano impagnarsi nell'educazione alla legalità, soprattutto per le nuove generazioni e, a questo proposito, amava andare nelle scuole a parlare con i ragazzi, per indicare loro la giusta via, per allontanarli dalla corruzione e dal malaffare e dal mito mafioso.


Era per questo che quei bastardi mafiosi lo temevano, perchè voleva smuovere le coscienze, perchè era un incorruttibile, perchè credeva in ciò che faceva e sapevano che non si sarebbe arreso mai.


Il grande Cassarà era come un cannone puntato contro il nemico per la mafia; così, quelle menti subdole, schifose e spregevoli presero una decisione, come avevano già fatto tante altre volte, e decisero di estrarre il cartellino rosso e allontanare un fantastico giocatore dal campo di battaglia.




Ninni, forse, era convinto che ventiquattro anni dopo la sua morte le cose sarebbero cambiate, che quei bambini a cui aveva tanto parlato sarebbero divenuti uomini onesti ed incorruttibili come lui. Sbagliava. Le cose in Italia non sono cambiate, anzi, sono forse peggiorate. La maggior parte dei bambini che hanno stretto la mano a Cassarà e che hanno avuto il privilegio di ascoltare le sue parole, hanno probabilmente scelto l'altra squadra, si sono schierati dalla parte del male, se non proprio come giocatori, sicuramente come sostenitori.



Ninni Cassarà è stato un eccellente poliziotto che ha dato la vita per questo Paese, forse perchè pensava che sarebbe cambiato, perchè sperava che prima o poi il bene avrebbe trionfato. La situazione è la stessa, è peggiore, e di uomini come lui, come Antiochia e come gli altri componenti della squadra, ce ne sono pochissimi. Pochissimi a cui vogliono subito tappare la bocca.



Vivo nella speranza che nascano ancora uomini come te, Ninni, e se da lassù stai guardando questo Paese per cui sei morto con aria disgustata, ti assicuro che alla fine il bene trionferà e i tuoi sogni si concretizzeranno. Lo spero.




In questa notte serena e stellata di inizio agosto, mentre un vento freddo inonda improvvisamente la mia stanza, il mio pensiero è rivolto a te, Ninni, che ventiquattro anni fa lasciavi tua moglie, tua figlia e la tua famiglia perchè speravi di rendere il mondo un posto migliore. La tua sola presenza su questa terra, l'ha resa un posto migliore.



Grazie di essere esistito.


Serena Verrecchia

domenica 19 luglio 2009

Diciassette anni dopo Via D'Amelio

Proprio come oggi, in una calda domenica di diciassette anni fa, il giudice anti-mafia Paolo Borsellino decise di recarsi in via D'Amelio per far visita all'anziana madre, come avveniva spesso. Quel giorno, però, fu l'ultimo. Le sirene della sua auto e di quelle della sua scorta suonarono per l'ultima volta in quel tragico pomeriggio di diciassette anni fa. Era una domenica di luglio e, si sa, a Palermo in questo periodo fa caldo. Tante famiglie quel giorno si trovavano al mare, ad osservare la freschezza delle onde, ad ascoltare il richiamo di qualche gabbiano, ma improvvisamente un boato... e sei vite spezzate, dodici occhi che da quel giorno non avrebbero più osservato le onde e dodici orecchie che non avrebbero più ascoltato il richiamo dei gabbiani.

Fu una Fiat 126 a togliere la vita al giudice Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta, Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu Antonino Vullo.

Paolo sapeva di dover morire assassinato, lo aveva sempre saputo, dal primo momento che entrò in campo in questa micidiale partita e ne ebbe la assoluta conferma il 23 maggio 1992, quando perse la vita il suo amico e collega Giovanni Falcone, nella Strage di Capaci. Paolo avvertiva la vicinanza della morte, della sua fine; "ho poco tempo" ripeteva sempre. La certezza di dover morire, però, non lo buttò giù abbastanza perchè egli continuò a lavorare più intensamente di prima, senza sosta, fece il possibile per dare ancora un grosso contributo allo Stato. Lo Stato...

Paolo Borsellino non aveva paura della morte.

"E' normale che esista la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti", disse una volta. Probabilmente Paolo aveva paura, ma il coraggio era molto più forte del timore, tanto più incisivo da renderlo un eroe che non si è tirato indietro neanche davanti alla morte.

Non dimenticherò mai il suo sguardo, anche se lui già non c'era più alla mia nascita. Lo sguardo intenso di uomo che ha donato la sua vita al perseguimento di uno scopo: la giustizia.



Due bambini che giocavano a calcio insieme nell'oratorio della Kalsa si erano separati, tanti anni fa, per seguire la propria strada, due vie che il destino ha voluto rendere un'unica autostrada, un unico cammino, che ha riportato quei due bambini, diventati uomini, nuovamente insieme. E come separare due anime potenti come le loro, come impedire a due grandi cuori di ritrovarsi per battere all'unisono! Non si potevano separare Giovanni Falcone e paolo Borsellino, Dio li aveva mandati quaggiù per compiere la stessa missione, due angeli che si sono dibattuti e hanno inciso una traccia profonda in queste nostre maledettissime terre. La mafia, con il tritolo, nei mesi caldi del 1992 li aveva separati di nuovo, ma, proprio come due pesciolini che non sopravvivono a lungo l'uno alla morte dell'altro, i ragazzi della Kalsa si sono ritrovati, questa volta in un luogo più bello, riservato agli eroi, nel Regno dei Cieli.


Purtroppo però, è bene ricordare non solo il grandioso uomo che era Paolo Borsellino, non solo i suoi ideali e il suo temperamento eccezionali, ma anche le cause della sua morte, da non ricercare solo in un agguato mafioso. Dietro la morte del giudice, si celano ancora tanti misteri. Innanzitutto la scomparsa dell'agenda rossa di Borsellino che, subito dopo la strage, "scomparve".

Riporto un articolo del sito web http://www.19luglio1992.com/, gestito da Salvatore Borsellino, fratello del giudice scomparso che oggi vuole opporre resistenza alla scomparsa della giustizia.


MILANO - «Vju viniri ‘na cavalleria chistu è mè patri chi veni pi mia! Signuri patri, chi vinistivu a fari? Signura figghia, vi vegnu a ‘mmazzari. Signuri patri, aspettatimi un pocu, quantu mi chiamu lu me cunfissuri». A memoria Salvatore Borsellino recita i versi de La baronessa di Carini.
La leggenda di Donna Laura Lanza è una storia siciliana i cui luoghi, il sangue, il dolore e il tradimento ricorda le più moderne storie di mafia. Il fratello del giudice Paolo Borsellino promette: «Quando smetterò di lavorare farò il cantastorie». Intanto racconta la storia del fratello: il giudice Paolo Borsellino, morto il 19 luglio 1992 a Palermo con gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto è Antonino Vullo.

LA RABBIA - Impressionante la somiglianza dell'ingegnere Salvatore Borsellino con il fratello giudice antimafia. Sembrano due gocce d'acqua. Anche la voce sembra uguale. Salvatore, trasferitosi a Milano 27 anni fa, parla per «rabbia» dal suo studio in un ufficio alla periferia della città. Siede alla scrivania sotto la famosa foto di Toni Gentile dove Paolo e Giovanni Falcone si parlano sottovoce e sorridono. Dopo un silenzio mantenuto per sette lunghi anni, fino a quando la madre era in vita, Salvatore adesso parla. Anzi urla: «Mio fratello sapeva della trattativa tra la mafia e lo Stato. Era stato informato. E per questo è stato ucciso. La strage di via D'Amelio è una strage di Stato. Pezzi delle istituzioni hanno lavorato per prepararla ed eseguirla. Adesso che la verità sulla strage si avvicina, spero solo che non siano gli storici a doverla scrivere. Bensì i giornalisti. Io tra non molti anni raggiungerò mio fratello Paolo e non so se riuscirò a leggerla sui giornali».
LO SCENARIO - E disegna lo scenario di quel maledetto 19 luglio 1992. E inizia a sciorinare i dubbi e gli indizi. Tutto quanto è venuto a galla dai vari processi sparsi in giro per l'Italia di cui i giornali «parlano poco», dice lui. Innanzitutto le omissioni: la richiesta di negare l'autorizzazione alle auto a posteggiare in via D'Amelio è rimasta inevasa. Poi la telefonata del giudice alla madre che annunciava il suo arrivo in via D'Amelio intercettata dalla mafia. Il ruolo di Bruno Contrada e dei servizi segreti civili presenti a Palermo al momento del botto. L'incredibile sparizione dell'agenda rossa e il ruolo del capitano Arcangioli. Il castello Utveggio che domina il ruolo dell'esplosione. E, infine l'attacco all'onorevole Nicola Mancino che dice di non aver incontrato l'1 luglio del 1992 il giudice Borsellino: «Una menzogna - incalza Salvatore-. Mancino dice addirittura che non conosceva mio fratello. Come faceva il neo ministro dell'interno a non conoscere il giudice presente ai funerali di Falcone e che appariva in tutti i tg nazionali? La verità è che da quell'incontro mio fratello uscì sconvolto come testimonia il pentito Gaspare Mutolo». Ma l'onorevole Mancino smentisce la ricostruzione di Salvatore Borsellino e precisa la sua posizione attraverso una lettera al Corriere nella quale respinge le accuse e dice che Borsellino spaccia sempre come vera «una citazione monca».
IL PAPELLO - Intanto documenti inediti sono stati depositati giovedì da Massimo Ciancimino (figlio di Vito, ex sindaco di Palermo in odore di mafia morto alcuni anni fa) ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Il dichiarante ha consegnato al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e al sostituto Nino Di Matteo carte che sarebbero state di suo padre Vito Ciancimino, morto nel 2002. Il verbale di interrogatorio e di acquisizione atti è stato secretato. Nei giorni scorsi Ciancimino jr aveva annunciato che avrebbe consegnato ai magistrati il «papello», il foglio sul quale Totò Riina avrebbe stilato la lista di richieste in favore di Cosa nostra, che sarebbe stata girata ad alcuni uomini delle istituzioni fra le stragi del 1992 di Falcone e Borsellino. Questo documento potrebbe provare l'esistenza di una «trattativa» fra la mafia e una parte delle istituzioni sui quali ha avviato un'inchiesta da diverso tempo la Dda di Palermo e sulla quale ha fornito molte dichiarazioni lo stesso Massimo Ciancimino.

NUOVE INCHIESTE - Sulla stessa vicenda sarebbero state avviate altre inchieste dalle procure di Milano e Firenze, legate alle stragi del 1993. Titolari di una di questa indagine sono il procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, e il sostituto di Firenze Giuseppe Nicolosi che hanno già interrogato più volte il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Lo stesso hanno fatto i magistrati di Caltanissetta sull'attentato a Falcone nella villa dell'Addaura. Ma, come sottolinea all'Adnkronos il procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, «è una vicenda troppo delicata», quindi «no comment». Lari insieme con i procuratori aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone hanno ascoltato l'ex ministro Vincenzo Scotti e l'ex premier Giuliano Amato per avere informazioni su alcuni agenti dei servizi segreti, ma su uno in particolare. Un uomo sfregiato, con una «faccia da mostro». Non si conosce il suo nome ma si sa che ha il viso deformato. A parlare di lui è stato, di recente, anche Massimo Ciancimino. Ciancimino junior ha spiegato ai magistrati che lo 007 sarebbe stato in contatto con il padre Vito da alcuni anni, fino alla cosiddetta «trattativa» che avrebbe voluto firmare il boss mafioso Totò Riina con lo Stato in cambio dell'abolizione del carcere duro. E proprio a pochi giorni dal 17° anniversario della strage di via D'Amelio il mistero sulla morte di Borsellino si infittisce sempre di più.

Nino Luca (Fonte: Il Corriere della Sera, 17 luglio 2009)
La lettera al Corriere di Nicola Mancino

Mancino: «Salvatore Borsellino fa sempre una citazione monca»
«Se ci fosse stato l’incontro, perché avrei dovuto nasconderlo?»

ROMA - Egregio Direttore, nell’imminenza dell’anniversario della strage mafiosa di via D’Amelio nella quale caddero il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, mi trovo, mio malgrado, di nuovo messo sotto accusa da Salvatore Borsellino che, dopo un lungo silenzio di oltre dodici anni dall’accaduto, da qualche tempo crede di avere individuato una mia presunta responsabilità morale nell’attentato, che afferma ma non prova. Questa volta lo strumento usato per quella che non esito a denunciare come una aggressione personale, è una videointervista pubblicata oggi, senza che a me sia stata data l’opportunità di replicare, sul sito «Corriere.it».

Nella videointervista Salvatore Borsellino ripete senza modifiche le sue accuse. La ricostruzione dei fatti si ricava dall’interrogatorio che Gaspare Mutolo rese il 21 febbraio del 1996 nell’aula del processo celebrato a Caltanissetta per la strage di via D’Amelio. Senonchè Salvatore Borsellino cita sempre, e anche nel video riportato oggi dal Corriere.it, una sola parte di quella testimonianza, in cui il magistrato dice al pentito che deve allontanarsi per andare al Viminale. Sono in possesso delle pagine processuali. Sono un po’ lunghe. Cito, perciò, dal volume «L’agenda rossa di Paolo Borsellino», di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, ed. Chiarelettere, pag. 146. «Sai, Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il ministro, ma…manco una mezz’oretta e vengo». Salvatore Borsellino cita continuamente questa frase, ma mai ricorda quel che Paolo Borsellino disse allo stesso Mutolo al suo ritorno dal Viminale. Se proseguiamo nella lettura de «L’agenda rossa», nella stessa pagina 146, possiamo leggere il seguito del racconto di Mutolo: «Quindi (Paolo Borsellino) manca qualche ora, quaranta minuti, cioè all’incirca un’ora, e mi ricordo che quando è venuto, è venuto tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, ma che addirittura fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano. Io, insomma, non sapendo che cosa (…) Dottore, ma che cosa ha? E lui, molto preoccupato e serio, mi fa che viceversa del ministro, si è incontrato con il dott. Parisi e il dott. Contrada…»

Dunque, è lo stesso magistrato a non confermare l’incontro con il ministro, ed è la stessa fonte – Gaspare Mutolo – a testimoniarlo. Ma Salvatore Borsellino fa sempre una citazione monca, e dà a me del bugiardo. Se ci fosse stato l’incontro, perché avrei dovuto nasconderlo? Che cosa si sarebbero dovuti dire due persone che non avevano mai avuto rapporti tra di loro il primo giorno dell’insediamento di un ministro al Viminale? Che non si sarebbero dovute tenere trattative con la mafia? E chi le avrebbe tenute? Uno che proprio quel giorno era arrivato al Viminale per assumere la responsabilità di dirigere ordine e sicurezza pubblica? Via! Per ricondurre alla giusta dimensione l’atteggiamento di quel Ministro dell’Interno del governo Amato nei confronti della mafia, si ricostruiscano dalle cronache del tempo impegni, decisioni, azioni di contrasto contro la criminalità organizzata, applicazione dell’art. 41 bis, allestimento delle carceri di massima sicurezza dell’Asinara e di Pianosa, scioglimento di oltre 60 Consigli comunali inquinati dalla mafia e da altre organizzazioni malavitose: tutte iniziative portate avanti con fermezza ed intransigenza dal Ministro Mancino”.
Nicola Mancino
Vice Presidente del
Consiglio Superiore
della Magistratura



Serena Verrecchia

sabato 23 maggio 2009

Giovanni Falcone

Molto commovente in alcuni punti... Ti voglio bene Giovanni!

Lorenzo Jovanotti contro la mafia 'strage di Capaci'

Giovanni Falcone-La strage di Capaci

23 maggio-17 anni dopo...

17 anni fa, in questo preciso istante, nel momento in cui ho iniziato a scrivere, Giovanni Falcone si apprestava a tornare nella sua amata terra, la Sicilia, per trascorrervi alcuni giorni in compagnia della moglie Francesca e dei suoi più cari amici. Non sapeva che a Palermo lo stavano aspettando, o meglio, lui lo sapeva dal primo momento in cui ha fatto la sua scelta di vita, dal momento in cui decise di schierarsi in campo con la maglietta della giustizia e di giocare la partita fino alla fine; ma non sapeva, forse, che proprio quel 23 maggio del 1992, i suoi avversari gli avrebbero teso una trappola e chiuso la partita. Giovanni Falcone è saltato in aria con sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta che lo accompagnavano fedelmente e con spirito di sacrificio. La mafia, quel giorno, aveva messo fuori gioco il suo più temibile nemico, uno dei più forti e coraggiosi. La partita, però, non l'ha vinta Cosa Nostra, l'ha vinta quel giudice coraggioso e determinato che, anche se oggi non è più qui con noi, ci ha lasciato il bene più prezioso di tutti: il suo spirito. Anche se quel 23 maggio 1992 sulla strada di Capaci stava morendo una parte di speranza, quella bomba ha fatto in modo che esplodesse qualcosa anche dentro ogni singolo cittadino italiano perbene, un'esplosione talmente forte che oggi, a distanza di 17 anni, fa ancora rabbrividire e commuovere tutte le persone che, alle sei del pomeriggio circa, hanno acceso i televisori e hanno visto sparire tra l'orrore il sorriso di un grande uomo e hanno sentito fermarsi per sempre quel grande cuore che lo aveva spinto fino a quel punto della sua vita e della sua carriera.

"Gli uomini passano le idee restano". Il mio blog è dedicato in particolar modo alla persona che pronunciò questa frase, Giovanni. Io non ero ancora nata mentre si stava consumando una delle stragi più terribili della storia italiana, eppure, al solo osservare quelle immagini strazianti, lo stomaco si chiude, il respiro si fa lento e affannoso e reprimere le lacrime diventa un'ardua sfida; poi, subentra la rabbia, "quei maledetti bastradi sono riusciti ad impedire ad un uomo così buono e speciale come Giovanni di alzarsi la mattina e sorridere davanti al sorgere del sole, di chiudere gli occhi sotto un cielo stellato, di assaporare la freschezza delle onde del mare che ti sfiorano la pelle. Quelle bestie schifose sono riuscite a fermare il lavoro, la passione e la vitalità di Giovanni. Gli hanno fatto saldare il conto... Ma io giuro che prima o poi il conto lo salderanno anche loro!! Non sono passati alla cassa da troppi anni, ma quando finalmente arriveranno il conto sarà salatissimo. Si dice che la mafia non dimentica, bhè, neanche l'antimafia dimentica, neanche chi oggi piange per il ricordo di Giovanni Falcone dimentica, e non dimenticherà facilmente."
Lo sapevo, alla fine è successo: mentre guardo la foto più famosa che ritrae Giovanni Falcone, posta in bellavista sul mio letto, le lacrime non ce la fanno a restare dentro, devono uscire e mi fanno capire più che mai quanta energia e forza può trasemettere lo splendido sorriso di questo giudice e, ancor di più, mi convincono che essere venuta a conoscenza della storia di Giovanni Falcone è stata la cosa più bella ed importante che mi sia mai capitata.
Giovanni, io continuerò a scrivere di te 23 maggio dopo 23 maggio, sempre e costantemente e non cancellerò mai il tuo ricordo, perchè esso è, per me, come una lancia conficcata nell'anima, indelebile! Mai dimenticherò chi sei stato e che cosa rappresenti oggi, continuerò a ripetermelo giorno dopo giorno, lo racconterò ai miei figli e ai miei nipoti e resterai nel mio cuore anche quando questo si sarà fermato.
E' impossibile descrivere il bene che ti voglio! Cercherò di portare avanti le tue idee e di non deluderti, perchè so che sopra quelle nuvolette che ogni giorno si vedono in cielo ci sono i tuoi occhietti vispi ed attenti che osservano.


Stamattina, la prima parola che ho detto è stata il tuo nome, che ho pronunciato in uno stato di dormiveglia; ma, d'altro canto, da tre anni a questa parte, io non riesco a dormire se non cullata dal tuo sorriso, non mi sveglio se prima non rivolgo lo sguardo ad una delle tue foto e non riesco ad andare avanti nella vita se non ascolto le tue parole.

La mafia può essere forte e devastante quanto vuole, ma mai riuscirà a superare la potenza delle tue idee che "camminano sulle gambe di altri uomini" e l'immensità del bene che tanti italiani, tra cui molti ragazzi, provano per te.

Oggi non si ricorda un uomo qualunque, oggi si ricorda Giovanni Falcone, il GIUDICE Giovanni Falcone, l'UOMO Giovanni Falcone, il mio EROE.

Ti voglio troppo bene! Grazie, sei la cosa più bella mi sia mai capitata. Ti voglio bene Giovanni.

Serena Verrecchia

lunedì 18 maggio 2009

Auguri Giovanni

Oggi, 18 maggio 2009, se quella stramaledettissima bomba non fosse scoppiata, se i mafiosi avessero avuto un cuore, se ci fossero state più persone come lui, oggi Giovanni Falcone avrebbe spento 70 candeline sulla torta di compleanno... Ma i mafiosi non hanno un cuore, la bomba è esplosa e di persone come Giovanni ce ne sono sempre meno.



Buon compleanno mio eroe e grazie di averci lasciato le cose più belle che si potessero desiderare: il tuo sorriso e le tue idee...




video


Serena Verrecchia

sabato 9 maggio 2009

I cento passi

Grande Peppino

Ricordiamo Peppino Impastato-Una vita contro la mafia

Oggi, 9 Maggio, è la giornata dedicata alle vittime del terrorismo ed è anche il trentunesimo aniversario della morte dello statista Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, dopo cinquantacinque giorni di prigionia. E' una storia, questa, che ha colpito l'Italia in maniera profonda e, ovviamente, il mio pensiero è rivolto ad Aldo Moro, alla sua scorta e a tutte le vittime del terrorismo; non bisogna dimenticarsi, però, che lo stesso giorno di trentuno anni fa, la mafia siciliana approfittava di questo momento così tragico per il nostro Paese per togliere la vita ad un altro grande uomo italiano, al simbolo del coraggio e all'esempio concreto di come si possa sfuggire al sistema mafioso, nonostante esso ci aspetti. Il 9 Maggio 1978, a Cinisi, un gruppo di mafiosi, mandati da don Tano Badalamenti, legavano Giuseppe Impastato ai binari di una ferrovia e aspettavano la sua morte.


Peppino era un ragazzo cresciuto nella mafia: suo padre, Luigi Impastato, era un uomo d'onore e apparteneva al clan di Cinisi, il cui boss per eccellenza era Gaetano Badalamenti, uno dei più conosciuti appartenenti a Cosa Nostra. Non è detto, però, che un figlio di mafia debba per forza abbracciare la mafia. No. Peppino scelse un'altra strada, quella dell'antimafia e della politica. Si avvicina, infatti, alle idee socialiste e diviene il simbolo per i giovani di Cinisi che credono e sperano nel cambiamento. Nel 1977, con alcuni compagni, realizza RadioAut, una frequenza radiofonica da cui parla ai suoi ascoltatori, una vera e propria campagna contro i mafiosi e alcuni politici corrotti del posto. Peppino mette l'impegno in ciò che fa. E' un giovane convinto che le cose un giorno o l'altro dovranno necessariamente cambiare, una di quelle persone che riescono a vedere la mafia come un demonio, come l'incarnazione del Male, e uno dei pochi capaci di gridarlo al mondo, o anche semplicemente alla sua piccola Cinisi, che non potrà mai negare di aver avuto uno dei migliori italiani di sempre.





Lo hanno ammazzato in un momento particolare, nel giorno di via Caetani, lop hanno ucciso in silenzio, ma le idee di Peppino e la sua storia hanno continuato a fare rumore fino ad oggi.
La memoria di questo giovane, nonostante si sia cercato di infangarla negli anni dopo la sua morte, resterà sempre viva nella testa e nel cuore di tanta gente e, soprattutto, di tanti giovani che, ascoltando la sua storia, hanno ancora molta voglia di combattere questo cancro che, direttamente o no, ci colpisce tutti.

I giovani che hanno ancora accesa la fiamma della speranza, quei ragazzi che non cederanno mai alle ingiustizie e che non piegheranno mai la testa davanti alle ingiustizie e alla violenza, ricordano oggi, uno dei loro portavoce di sempre.
Peppino Impastato, esattamente trentuno anni fa, è entrato nella costellazione degli eroi, nel regno di quel gruppo di persone che hanno offerto la loro vita per un ideale di libertà e di giustizia.

Grazie Peppino.

Grazie di aver fatto visita su questa Terra e in quella Sicilia tanto bella e tanto infestata di demoni.

Saresti potuto nascere in un altro luogo e vivere la tua vita in maniera diversa, ma il destino ha voluto che tu diventassi un eroe e che, anche dopo la morte, con le tue idee e il tuo carisma continuassi a guidare tanti giovani verso la libertà dalle cosche e da quella montagna di merda.



Grazie Peppino.


Serena Verrecchia



A te caro amico
Non cedo alla morte di un mondo che cadde sulla tua vitaspezzandone il sogno.Il silenzio per sempre tace, il sussurro non torna,il tuo volto non increspa il ricordodi una libera strada colorata di gente.Eppure ci sei, col tuo sorriso,davanti a una morte che non t'appartiene.Dilaniarti, triste modo per restare con noi,come fiore assetato di rugiada.


Ninello Passalacqua




Peppinu Impastatu fu ammazzatu ri la mafia p'aviri
dinunziatu li dilitti di contrabbannu,
di droga e di armi di Tanu Badalamenti, mafiusu
putenti e protettu di lu statu, patruni d'ammazzari,
mfami prigiuricatu, Don Tano ricunusciutu, ri tutti rispettatu e cchiù chi mai timutu pi lu crimini pirpitratu,
p'aviri fattu satari nall'aria Pippinu nostru,
bannera ri Democrazia Proletaria.
Fu na pugnalata nna lu pettu a li piciotti digni di rispettu, a li picciotti ca vonnu grirari la rbbiapi un putiri travagghiari.
Pippinu, vucca di verità, vucca d'innucenza, rapprisienta a simienza ri sta terra senza spiranza.
Grirava a tutti ri pigghiari cuscienza a la radiu,a la chiazza, nta li strati, pi li piciotti era comu un frati.
Vuleva fari la rivoluzioni pi dimustrari a la pupulazioni nca nun s'accansa nenti cu li scanti.
Quarcunu lu capiu, tanti autri no.
Nna lu silenziu fattu ri duluri chiovino garofani rossicomu li lacrimi di chiddu chi arristamu, ncapu li resti di
Pippinu massacratu. Picchì...sti delitti?

Gaspare Cucinella




(ti hanno lasciato venti anni fa tra Palermo e Trapani,ed io ti scopro oggi alla Avana)

Tu sei stato li' vicino
Pure se solo adesso ti scopro
Forse a cento passi,ma cento passi a sinistra
Conti uno, due , tre, quattro,
Siamo gia più di cento volte cento che ti sentiamo
Tra Cuba e Sicilia mi confondo
Non so se cercarti vicino al mare ,nel verde della nostra campagnaoppure nella nostra grandiosa Piazza della Rivoluzione
Si!!!
Ti ho gia visto in America
Ti ho gia visto nella storia del mio paese
Ti ho gia visto nella guerriglia del "Che"
Ci sei tu e c'e' pure il mare che ci legga
Sei la sabbia che ci segna la strada,le onde che ci battono il cuore
Ci sei tu e c'e' anche tua madre
Ce la hai lasciata, nostra madre
Ed e' qui vicina a leggerci Pasolini
anche con la testa in alto e a sinistra
Ancora ti aspettiamo per definireil centro della tua storia
Il segreto che non hanno distrutto sui binari
E che si e' piuttosto disperso in cento pezzi
Tra radio, aeroporti, piazze, comizi, spiagge
La bellezza.

Ariel Basulto Perdomo L'Avana, 12/2000






domenica 3 maggio 2009

Voglia di rialzarsi

Oggi, in una delle tante giornate grigiastre di quest'ultimo periodo, la mia mente si è volta, come è ormai consuetudine, a porsi delle domande, a riflettere su determinnate situazioni e a cercare delle risposte che tante volte non riesce a darsi o che, addirittura, rifiuta di darsi.
Stavo pensando a quanto si è discusso delle guerre nell'ultimo millennio, quante massime sono venute fuori e quanti pensieri diversi si sono contrapposti. La guerra è sicuramente qualcosa di orrendo, perchè toglie la cosa più bella, la vita, a persone innocenti che non dovrebbero vedersi private del bene più prezioso; ma la guerra, quando c'è in gioco la libertà, diventa necessaria, questo perchè, nel mio modo di vedere le cose, un individuo che viene privato della libertà è come un essere morto. Essere privati della libertà senza opporsi, senza fare niente per impedirlo, poi, è come fare una guerra in cui ci sia solo un esercito, che vince e fa ciò che vuole dei vinti. L'Italia non è un Paese libero, per quanto così lo si voglia etichettare. Il nostro Paese si è modificato negli anni e, in silenzio, ha preso parte ad una guerra interna e, a poco a poco, sta cedendo totalmente al nemico, il quale ha pochi ed isolati avversari. In questo Stato la gente vive una vita tranquilla, se così la si può chiamare: la mattina la popolazione si alza, va a lavorare, consuma in beni primari e secondari, torna a casa e si rifugia nella tranquillità familiare. Una vita gioiosa, dunque. Ma quante volte ogni singolo individuo china la testa davanti ad un'ingiustizia? Quante volte fa cose immorali solo perchè gli vengono imposte? Quante volte preferisce non esporsi ed accettare in silenzio l'ingiustizia ed il vedersi privato di un diritto?
Il problema, secondo me, è che l'orgoglio e l'identità nazionale stanno via via svanendo dal cuore di ognuno di noi. L'uomo oggi, è disposto ad accettare in silenzio i soprusi e le violenze psicologiche e fisiche, piuttosto che ribellarsi ai sistemi criminali e alla corruzione; è come se egli non avesse più la forza e il coraggio di reagire e, quindi, preferisce subire e sottomettersi. Perchè non troviamo più questa forza, la forza di reagire?
Non è una ribellione quella che voglio, perchè l'Italia è nostra, è sempre stata delle persone libere, lo stesso Stato italiano è stato fondato su idee di libertà, giustizia ed uguaglianza, ciò di cui questo Paese ha bisogno, oggi, è di ritrovare la propria identità e di quest'ultima non hanno mai fatto parte la mafia e la criminalità organizzata in genere. Sono convinta che ogni italiano perbene, nel profondo, nascosto in un angolo del cuore, ce l'ha ancora l'amore per questa patria e chi ama questo stivale non può permettere che ci siano ancora la mafia e l'ingiustizia. Deve scoppiare una guerra, cosante, continua, sentita, per far sì che un giorno la nostra amata terra sia finalmente libera dalle angherie, dalla corruzione e dalla violenza della mafia e di una classe politica perdutamente corrotta. Sono sicura che l'Italia può rialzarsi con dignità e con orgoglio se solo ognuno di noi le rendesse l'onore che le spetta.
E' difficile, lo so, ritrovare l'Italia di un tempo, ma non voglio morire senza alzare in alto quel tricolore e urlare al mondo che L'Italia è finalmente LIBERA!!!
Vorrei impugnare una spada e recarmi sul campo di battaglia, così come facevano gli antichi romani, sempre pronti a combattere per la loro amata Roma, pronti a rischiare la vita per il loro Impero e la libertà del popolo di Cesare; vorrei combattere anche io come loro, con il verde, il bianco e il rosso sul petto, ma non siamo al tempo dei Romani e le spade, oggi, le fabbricano, forse, solo per la scherma; una cosa è certa però: anche se sono passati duemila anni, lo spirito, almeno il mio, è lo stesso del legionario romano che andava a combattere per la sua patria.
Io grido: GUERRA ALLA MAFIA, sperando che qualcuno colga questo grido di battaglia e faccia risvegliare quello spirito guerriero e nazionalista che dovrebbe essre nella maggior parte di noi, perchè se così non fosse, se la gente preferisse morire in silenzio, avremmo perso e avrebbero perso anche tutti gli eroi italiani che hanno combattuto per un'Italia migliore. Questo Paese non rinascerà mai dalla politica, per quanto essa possa ripulirsi dei peccati che ha commesso e che commette imperterrita tuttora. L'Italia si rialzerà solo se il popolo lo vorrà e la mafia cesserà di esistere solo se tutti noi le facciamo capire che questo non è posto per lei, se le facciamo capire che siamo uomini liberi.
Un uomo privato della libertà è un uomo senza vita; la vita è una, quindi VIVIAMOLA!

Serena Verrecchia

domenica 15 febbraio 2009

A Roberto...

Non permettiamo uomini che le nostre terre diventino luoghi di camorra,
diventino un'unica grande Gomorra da distruggere!
Non permettiamo uomini di camorra, e non bestie, uomini come tutti, che
quello che altrove diventa lecito trovi qui la sua energia illecita,
non permettiamo che altrove si edifichi ciò che qui viene distrutto.
Create il deserto attorno alle vostre ville, non frapponete tra ciò che siete e ciò che volete solo la vostra assoluta volontà. Ricordate.
Allora il SIGNORE fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco;
egli distrusse quelle città, tutta la pianura, tutti gli abitanti delle città e quanto cresceva sul suolo.
Ma la moglie di Lot si volse a guardare indietro e diventò una statua di sale. (Genesi 19,12-29).
Dobbiamo rischiare di divenire di sale, dobbiamo girarci a guardare cosa sta accadendo,
cosa si accanisce su Gomorra, la distruzione totale dove la vita è sommata o sottratta alle vostre operazioni economiche.
Non vedete che questa terra è Gomorra, non lo vedete? Ricordate.
Quando vedranno che tutto il suo suolo sarà zolfo, sale, arsura e non vi sarà più sementa,
né prodotto, né erba di sorta che vi cresca, come dopo la rovina di Sodoma, di Gomorra,
di Adma e di Seboim che il SIGNORE distrusse nella sua ira e nel suo furore,
(Deuteronomio 29,22).
Si muore per un sì e per un no, si dà la vita per un ordine e una scelta di qualcuno,
fate decenni di carcere per raggiungere un potere di morte,
guadagnate montagne di danaro che investirete in case che non abiterete,
in banche dove non entrerete mai, in ristoranti che non gestirete,
in aziende che non dirigerete, comandate un potere di morte cercando di dominare una vita che consumate nascosti sotto terra, circondati da guardaspalle.
Uccidete e venite uccisi in una partita di scacchi il cui re non siete voi ma coloro che da voi prendono ricchezza facendovi mangiare l'uno con l'altro fin quando nessuno potrà fare scacco e ci sarà una solo pedina sulla scacchiera. E non sarete voi.
Quello che divorate qui lo sputate altrove, lontano, facendo come le uccelle che vomitano il cibo nella bocca dei loro pulcini.
Ma non sono pulcini quelli che imbeccate ma avvoltoi e voi non siete uccelle ma bufali pronti a distruggersi in un luogo dove sangue e potere sono i termini della vittoria.
È giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra...

lunedì 19 gennaio 2009

Tanti auguri Paolo


Oggi, 19 gennaio 2009, il giorno dell'onomastico del mio papà e di mio nonno, Paolo Borsellino avrebbe compiuto sessantanove anni... Ma lui non c'è più e senza la sua presenza questa giornata perde il suo significato. Ringrazio Dio perchè, esattamente sessantanove anni fa, diede la vita ad un angelo, un angelo che io ricorderò sempre con i suoi baffi e la sigaretta in bocca, un angelo venuto qui sulla Terra, per trasmetterci quei giusti valori che, nella società di oggi, vanno via via perdendosi, ma, allafine, come tutti gli angeli, Dio si è ripreso anche lui.... Magari lo avrebbe lasciato ancora qualche anno, forse oggi sarebbe ancora qui, a festeggiare il suo compleanno, ma non è stato così, Dio ha permesso che il mostro lo distruggesse, ma solo fisicamente. Paolo ha vinto. Per me, esono sicura per molti altri ancora, Paolo rimarrà sempreil vincitore di questa battaglia, il guerriero coraggioso che ha dato la vita per un ideale e per servire lo Stato. Ma non lo Stato di cui tanto si sente parlare oggi; non lo Stato di Berlusconi, nè quello di Veltroni; non lo Stato dei politici corrotti e criminali, ma lo Stato italiano, quella stessa Italia per cui, tanti anni prima, molti giovani diedero la vita, quella stessa Italia per la quale Mazzini e Garibaldi hanno combattuto e quella Italia che rimarrà sempre al primo posto nel cuore di ogni cittadino onesto di questo stivale. Servire la patria doveva essere il suo destino, il compito che Dio gli aveva affidato. Paolo la patria, la sua amata patria l'ha servita egregiamente! Si è esposto, ha lavorato, ha lavorato, ha lavorato, non si è arreso davanti a niente, neanche davanti alla morte, ha combattuto con tutte le sue forze e, per me, alla fine è stato il vincitore. Certo, la mafia continua ad esercitare il suo potere ancora oggi, ma davanti a Paolo Borsellino ha avuto paura, tanta paura. Sì, perchè quel magistrato siciliano non si lasciava corrompere, credeva in ciò che stava facendo e non si è mai, mai tirato indietro.


Paolo Borsellino nasce a Palermo nel 1940. A soli ventitré anni vince il concorso in magistratura e diventa il più giovane magistrato d’Italia. All'inizio si occupa solo di cause civili, poi passa al penale. A trentanove anni il suo nome balza all’onore delle cronache; Borsellino compare sui giornali per un’inchiesta sui rapporti tra mafia e politica nella gestione degli appalti pubblici. È il 1980, l' anno in cui Cosa nostra cambia volto; ai vecchi uomini d’onore si sostituiscono i sanguinari corleonesi capitanati da Totò Riina.

Nel 1980 Paolo Borsellino inizia a collaborare con Rocco Chinnici, procuratore capo di Palermo. È un incontro importantissimo nella vita del magistrato. Come racconta Rita Borsellino, sorella del giudice: “In Chinnici Paolo trova la figura paterna che aveva perso quando era giovane”. E proprio l’umanità, il rispetto reciproco e l'affiatamento sono le caratteristiche della straordinaria squadra di magistrati messa insieme da Chinnici: nasce il pool antimafia con l'obiettivo di combattere Cosa Nostra con metodi nuovi e più efficaci. Proprio grazie al lavoro del pool, finalmente la mafia non sembra più un fenomeno invincibile. Chinnici ha l’intuizione giusta: indirizzare le indagini verso le attività finanziarie di Cosa nostra. I magistrati del pool si concentrano sugli appalti e sui conti bancari. Che la strada è quella giusta lo dimostra le reazione della mafia. Il 30 aprile del 1982 sono assassinati il deputato comunista Pio la Torre e il suo autista Rosario Di Salvo. Lo stesso giorno, il ministro degli Interni, Virgilio Rognoni, decide di passare al contrattacco, inviando a Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. È l’uomo che ha sgominato le Brigate Rosse, il generale dei carabinieri che ha combattuto per lo Stato e ha vinto. Dalla Chiesa arriva la sera stessa dell’omicidio La Torre e solo dopo cento giorni sarà lui la nuova vittima dalla mafia: il 3 settembre del 1982 la sua A112 viene crivellata a colpi di mitra e con lui perdono la vita la moglie, Emanuela Setti Carrara, e l’agente di scorta, Domenico Russo. La scia di sangue lasciata da Cosa nostra è sempre più lunga. Prima di La Torre e Dalla Chiesa altri uomini sono caduti sulla strada della giustizia: Boris Giuliano, Gaetano Costa, Cesare Terranova e Emanuele Basile. La mafia ha ormai alzato il tiro e a Roma il Parlamento approva la legge Rognoni-La Torre che istituisce il reato di associazione mafiosa e fornisce ai giudici gli strumenti per indagare sui conti bancari. Ancora una volta la reazione mafiosa è violentissima: il 29 luglio 1983, in via Pipitone Federico, a Palermo, viene assassinato Rocco Chinnici. Borsellino e gli uomini del pool si sentono colpiti nel profondo ma vanno avanti e chiedono al Consiglio Superiore della Magistratura che venga mandato al posto di Chinnici un uomo che abbia profonda conoscenza del fenomeno mafioso. Così Antonino Caponnetto diventa il nuovo Consigliere istruttore di Palermo.

Con la sua guida il pool ottiene i risultati più eclatanti. La chiave di volta è un uomo di Cosa nostra, Tommaso Buscetta. Il mafioso è arrestato nel 1984 in Brasile ed è Giovanni Falcone a interrogarlo e convincerlo a rivelare nomi e fatti. Le confessioni di Buscetta sono un colpo fortissimo per la mafia. Paolo Borsellino e Giovanni Falcone possono istruire il più grande processo contro Cosa nostra. Il 10 febbraio del 1986 l’attenzione del Paese si concentra sull’aula bunker; da una parte ci sono gli uomini simbolo del pool, Falcone e Borsellino, dall’altra, dietro le sbarre, ci sono 475 imputati. Le rivelazioni di Buscetta hanno permesso di scoperchiare “la cupola”, il vertice di Cosa nostra. Il numero degli imputati è così elevato che è stato necessario costruire accanto al carcere dell’Ucciardone una costruzione collegata da corridoi interni alla prigione in modo che gli imputati siano trasferiti in massima sicurezza. Migliaia di carabinieri e poliziotti sono inviati a Palermo per l’occasione e la Corte giudicante è formata da un numero doppio di membri perché si teme che qualcuno possa essere ucciso durante il processo. Il presidente è Alfonso Giordano e il processo dura 22 mesi, alla fine dei quali La Corte dà ragione in modo inequivocabile al pool antimafia. Il maxi processo si conclude il 16 dicembre del 1987 con sentenza della Corte di Assise che commina diciannove ergastoli a tutti i componenti della cupola e 2665 anni di carcere ad altri 339 imputati. Cinque anni dopo la Cassazione conferma la sentenza.

A Palermo intanto le cose stanno cambiando e il 16 dicembre del 1987 Caponnetto deve lasciare il pool per motivi di salute. Il suo erede naturale dovrebbe essere Giovanni Falcone, ma il 19 gennaio del 1988 il CSM designa come capo ufficio istruzione Antonio Meli. Per Paolo Borsellino è una decisione intollerabile. Il magistrato decide così, il 20 luglio del 1988, di rilasciare due interviste, a “L’Unità” e a “La Repubblica”, che sconvolgono l’opinione pubblica e colpiscono per la fermezza delle sue accuse: “Fino a qualche mese fa tutto quello che riguardava Cosa nostra passava sulla scrivania di Giovanni Falcone – dichiara Borsellino sulle pagine de “La Repubblica” – Ora, dopo un tiro e molla di qualche mese, Meli è diventato titolare del maxi processo. Dubito che il nuovo consigliere possa in un paio di mesi aver acquisito una tale conoscenza del fenomeno mafioso. Al posto di Meli si doveva nominare Falcone per garantire la continuità dell’ufficio. Intanto Cosa nostra si è organizzata come prima, più di prima … Ci sono tentativi seri per smantellare definitivamente il pool antimafia dell’ufficio istruzione e della procura di Palermo. Stiamo tornando indietro come dieci o venti anni fa”. Poco prima di morire, il 25 giugno del 1992, alla biblioteca pubblica di Palermo, ultimo incontro pubblico del magistrato, Paolo Borsellino spiega perché aveva rilasciato quell’intervista: “Rischiai conseguenze professionali gravissime. E forse questo lo avevo messo nel conto. Mi dissi che l’opinione pubblica almeno deve sapere e conoscere. Il pool deve morire davanti a tutti”.

23 maggio 1992: la strage di Capaci
Sono circa le 18 del 23 maggio 1992 e il giudice Giovanni Falcone, direttore degli affari penali del ministero di Grazia e Giustizia, è da poco atterrato all’aeroporto di Punta Raisi con la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato. La sua auto e quella della scorta si dirigono verso Palermo. All’altezza di Capaci una tremenda esplosione di 5 quintali di tritolo uccide il magistrato simbolo della lotta alla mafia, sua moglie Francesca e tre uomini della scorta: Antonio Montanaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo. 19 luglio 1992: la strage di via D’Amelio Cosa nostra decide che è arrivato il turno di Borsellino. Il boss Totò Riina incarica uno dei suoi uomini, Salvatore Biondino, che a sua volta si rivolge a uomini d’onore legati a Bernardo Provenzano. Le due ali di Cosa nostra si dividono le responsabilità, allineate sullo stesso fronte. In quei giorni Borsellino è in Puglia per una conferenza e viene a sapere, da un’informativa del Ros, che a Palermo è arrivato il tritolo per ucciderlo. A via D’Amelio abita la madre del giudice. È una strada perfetta per piazzare un autobomba: una via senza uscita. Gli abitanti della zona avevano chiesto più volte che fossero presi dei provvedimenti, impauriti dall’arrivo delle auto blindate del magistrato e gli stessi uomini della scorta avevano fatto presente la situazione. Ma nulla è stato fatto. La mattina del 19 luglio del 1992 Paolo Borsellino è a Villagrazia di Carini, località in cui la sua famiglia passa le vacanze nella casa al mare. Il magistrato decide però di rientrare a Palermo per fare visita alla madre. A Villagrazia, di guardia, c’è Biondino che controlla i suoi spostamenti. Il mafioso avverte i killer già posizionati in via D’Amelio di tenersi pronti. “Mia madre era in casa da sola e fece in tempo a sentire le sirene delle macchine che si avvicinavano e poi scoppiò il finimondo”, ricorda Rita Borsellino. Quando le auto saltano in aria finiscono anche le parole. Antonino Caponnetto, accorso sul luogo, riesce a dire solo: “È finito tutto”. Insieme a Paolo Borsellino sono assassinati gli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. Nel corso dei vari processi fino ad oggi celebrati sono stati condannati in via definitiva 47 persone, 25 delle quali all’ergastolo. Tra queste: Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Giuseppe Graviano, Carlo Greco e Salvatore Profeta.
(Puntata di Gianluigi De Stefano)




"La paura è normale che ci sia in ogni uomo. L'importante è che sia accompagnata dal coraggio."
Paolo Borsellino




"E' BELLO MORIRE PER LE COSE IN CUI SI CREDE. CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO, CHI NON HA PAURA MUORE UNA VOLTA SOLA"


Io queste frasi le ho prese come un credo, le ripeto ogni giorno e ci credo come non mai!!!!


Quanto avrei dato per conoscerti, per sentir parlare di te, per vedere il tuo sguardo, anche se solo alla tv; avrei dato di tutto per ascoltare le tue parole, per imbattermi nei tuoi ideali... Ma purtroppo Dio ti ha rivoluto con sè qualche mese prima della mia nascita, la mafia non ha voluto farti vivere ancora, perchè eri una persona "scomoda" per loro, ma stai tranquillo, perchè farò di tutto per tenere viva la tua memoria, per mettere in ginocchio le persone che ti hanno strappato da questa terra, per far sì che il tuo sacrificio non sia stato inutile! Ti prometto che dedicherò la mia vita a questo proposito e non mi tirerò indietro perchè, come dicesti tu una volta: "Davanti alle difficoltà non bisogna arrendersi, al contrario devono stimolarci a fare sempre di più e meglio, o superare gli ostacoli per raggiungere i risultati che ci siamo prefissati". Paolo, ti voglio bene, il tuo sguardo, i tuoi due occhi, rimarranno a vita nel mio cuore e niente riuscirà a privarmene. La mafia ha voluto strappare il tuo sorriso alla gente che, come me, hanno sempre creduto in te e ti hanno sempre voluto bene, ma nessuno, neanche lo stesso Dio, riuscirà mai acancellarti dal nostro cuore e dalla nostra anima!! Nessuno!!!!!!!



Buon compleanno Paolo, ti voglio bene e non ti dimenticherò mai!